Il nuovo romanzo di Gianfranco Nerozzi

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GIANFRANCO NEROZZI

CRY-FLY trilogy

dossier

Un poliziotto tormentato a confronto diretto con un serial-killer talmente mostruoso da sconfinare nel demoniaco. Un ordine ecclesiastico le cui origini si perdono nella notte dei tempi incaricato di custodire uno spaventoso segreto. Un mondo popolato da presenze letali che sembrano sfuggite a un incubo innominabile. Uno scrittore spinto sul margine estremo della follia da un inestricabile delirio allucinatorio. Una sequenza di omicidi rituali dietro la quale si cela una apocalittica dimensione del male. Su tutto questo, incombente come l’araldo della Fine, un’entita’ insettiforme in grado di possedere la mente e di annientare la coscienza. Per la prima volta riuniti in un unico volume, tre romanzi e un racconto inedito di una grandiosa, agghiacciante saga horror.

Il nuovo romanzo di Gianfranco Nerozzi
Prefazione di Cryfly trilogy

Ehi, tesorino? Vieni più vicino…
Che ti devo raccontare una storia. Fidati, è il mio mestiere.
Correva l’anno domini 1990 e tutto era ancora così lontano: il nuovo millennio, la fine delle illusioni, le prime rughe sulla faccia… Io avevo deciso di appendere le bacchette al chiodo, di smettere di suonare la batteria. Lo avevo fatto per più di quindici anni, militando in un mitico gruppo rock che si chiamava Assoluto Naturale: e mi ero divertito davvero. Tutti quei sogni di fama e di gloria… Comporre canzoni, battere sui tamburi e credere fermamente nelle rivoluzioni e nei capelli lunghi. Per non parlare delle note e delle parole, che potevano suscitare brividi e sospiri meglio di una bella donna. In quegli anni di grandi sogni avevamo fatto tanti concerti di tutti i tipi e qualcuno di questi era stato anche uno show importante, come supporters a prestigiosi gruppi stranieri, di fronte a migliaia di persone. Una bella esperienza. Emozionante. Ma che era comunque destinata a finire. Rantola un giorno, rantola due giorni, cambia l’ennesima formazione… L’avventura musicale iniziò la sua fine e io mi ritrovai a guardarmi attorno smarrito e perso in un vortice, come sempre, e pronto al cambiamento. Senza sapere bene cosa stessi facendo, spinto da un impulso irresistibile, come se qualcuno chissà chi mi stesse guidando la mano e il cuore, mi ritrovai a scrivere con l’ausilio di una macchina da scrivere Olivetti lettera 32 trovata in cantina a cui mancavano anche dei caratteri, le prime pagine di un romanzo horror che presto divenne lunghissimo e che parlava di città possedute e di demoni cattivi. Il titolo era: Esili voci di mosca. Ed era orribile. In tutti i sensi. Ma decisi lo stesso di partecipare ad un concorso letterario che si chiamava Premio Tolkien. E non vinsi, naturalmente. Però venni convocato dal presidente della giuria per fare quattro chiacchiere. In quel di San Marino, in un maggio splendidamente profumato, mi presentai al cospetto di un certo Gianfranco De Turris che mi diede qualche consiglio, incitandomi a darci dentro, perché secondo lui avevo talento. Tornato a casa pieno di incontenibile entusiasmo, mi comprai un computer e mi misi al lavoro e l’anno dopo il romanzo era diventato L’urlo della mosca e partecipò di nuovo al Premio e si aggiudicò un primo posto a pari merito, che si trasformò in un secondo posto, ma andava bene lo stesso. E questi furono i miei personali colpi di coda letterari. La nascita dell’eroe.
Ecco, è più o meno così che è cominciata.
Il romanzo venne conteso negli anni a venire da molti editori. Ma poi andava a finire sempre che il progetto saltava tanto da costringermi a soprannominare la mia opera: la bella Cecilia (che tutti la vogliono e nessuno se la piglia). Cambi redazionali, fallimenti, e chi più ne ha più ne mette ne decretarono la reclusione nel cassetto della mia scrivania, fino a quando gli scalmanati di Addictions decisero di pubblicarlo assieme agli altri due seguiti. Prima dell’urlo e Immagini collaterali. E adesso, a distanza di diciotto anni, (accidenti quanti!) dalla prima esile stesura di quel mio primo romanzo, e dopo dieci dalla sua prima pubblicazione, dopo aver sfornato nella mia personale carriera letteraria la bellezza di quattordici romanzi di svariato genere: thriller religiosi, noir, horror per grandi e per bambini e chi più ne ha più ne metta, sono lieto di ripresentare questi miei primi vagiti. E ancora più lieto di vederli pubblicati su Urania di Mondadori, che doveva essere, in quei tempi cecilieschi uno di quelle collane che dovevano prenderla senza pigliarla…
Non ho voluto cambiare molto del testo di queste opere. Se queste storie le avessi scritte ora, probabilmente le avrei buttata giù in altro modo, avrei usato altre parole. Lo stile cambia e anche le intenzioni. Ho preferito ripubblicare questi romanzi e questi racconti così com’erano, non dei remake. Solo con qualche piccolo aggiustaggio in sede di editing.
Così eccovi i miei ue ue, sinceramente vostri, su queste pagine scure e insanguinate. Con l’aggiunta di un racconto inedito che conclude un poco tutto il discorso iniziato tanto tempo fa.
L’estetica è volutamente splatter in un modo quasi eccessivo, a tratti persino dissacratoria e pervasa di una sorta di humor nero. Ma comunque credo sinceramente che si tratti di una dignitosa trilogia da gustare prima di dormire, per avere gli incubi giusti.
Se allora non avessi scritto quelle storie, forse adesso non sarei quello che sono. Magari sarei altro, chissà.
Ma così è andata e così tutto ritorna.
Quindi tendi le orecchie tesorino…
Non lo senti già il ronzio in sottofondo…
Per quanto tempo potremo sfuggirgli ancora?

GfN
Sasso Marconi - 4 settembre 2007



Dalla prefazione all’Urlo della mosca:
QUALCHE COSA CHE SO DI LUI
di Marcello Fois

…Lo stile di Gianfranco Nerozzi è lucido e domestico, rifiuta le ambiguità. È sempre stato così, anche al di là della scrittura. Le storie di Gianfranco sono un melanconico pugno in faccia, piene di affetto e di partecipazione ma prive di paraventi. Qui le budella sono budella non generiche interiora. Qui il Male è Male, bello e tranquillo come un impiegato sicuro di avere un compito da portare avanti, che si alza puntualmnte ogni mattina per distrubare, distruggere, uccidere, scuoiare, rapire, rovinare, stuprare. Ci si sente paradossalemnte tranquilli a concepire un male così naturale, così quotidiano, mi verrebbe da dire così efficiente. Gli si vorrebbe concedere un aumento di stipendio a quel Male, o perlomeno un incentivo in busta paga, perchè lavora contro un Bene niente affatto inferiore, un Bene che fa il suo mestiere con la stessa caparbietà. E non è che manchino le sfumature, spesso si mettono d’accordo quei due, spesso si sfruttano a vicenda, spesso si usano l’un l’altro. Si studiano, si mettono in campo. Niente colpi bassi. Il lettore-spettatore paga il biglietto per gustarsi l’incontro. Un biglietto ben speso…

UN NUGOLO DI MOSCHE SUI TETTI DI BOLOGNA: IL MITO RIVISITATO
di Danilo Arona

Con un coraggio senza pari nella storia dell’editoria italiana, la casa milanese Addictions prosegue nell’affascinante collana “I Neri” con il dichiarato scopo di fondare un horror gotico completamente autoctono in grado di dimostrare al mondo che il filone, pur mortifero, è ben vivo e vegeto nonché in grado di meritare la più ampia attenzione da parte di pubblico e critica. Dopo l’ensemble di Spettri metropolitani che ha inaugurato la serie, è la volta di un nome noto ai cultori di noir e di thriller, quel Gianfranco Nerozzi che, assieme a Lucarelli, Simona Vinci, Eraldo Baldini ed altri, ha dato vita alla rivista letteraria telematica “Incubatoio 16”, al momento quiescente per i numerosi impegni dei suoi animatori, ma affatto conclusa. Titolo e copertina da brivido, L’urlo della mosca ed un occhio spalancato su neri fondali, ma il fitto contenuto delle quasi trecento pagine va ben oltre, con un’estetica della violenza degna del primo Tarantino ed un gusto per il supernatural così radicale che numerosi e blasonati (nonché strapagati) autori anglosassoni troverebbero di che impallidire.
Dichiaratamente, con un’operazione che gli studiosi di semantica definerebbero “metalinguistica”, Nerozzi riambienta archetipi e mitologemi in una Bologna sempre più inquieta e sanguinaria, già teatro tempi addietro (con Machiavelli, Marzaduri e Lucarelli) di eventi “ai confini” della realtà. Il plot è un classico del neohorror contemporaneo: una forza invisibile, immane ed incontrastabile, forse aliena e forse mitica, o tutt’e due le cose, che s’impossessa gradualmente di una città, mettendone – letteralmente – a nudo il “mondo interno”, da Cronenberg in poi il vero luogo, ripetutamente aggiornato, dell’orrore moderno. Unici avversari, anch’essi archetipi del filone: una scrittrice italiana che, colpo di genio umoristico, scrive horror e domina le classifiche di vendita e un ispettore di polizia che più “noir” di così, diviso perennemente tra problemi di bottiglia e di relazioni interpersonali, è difficile trovare. Una lotta impari, dove i cadaveri si affastellano in una danza macabra che non lascia respiro, e la cui apparentemente felice conclusione non è altro che il preambolo del rinnovarsi dell’incubo. E Bologna che si presenta come il contenitore dei sentieri di un mito rinnovato in un felicissimo impasto di situazioni e codici, che sono la storia di quasi mezzo secolo di cinema e letteratura horror: la biblica mosca che rimanda al demonico Baal, gli Ultracorpi di Siegel, gli alieni tentacolari spettacolarizzati da John Carpenter e da Jack Sholder (La cosa e L’alieno), l’indipanabile debito da pagarsi all’Esorcista di Friedkin, l’Uomo Nero ed altri spauracchi, le vie del Lato Sinistro per chi ama i cosmici complotti e l’intollerabile graphic violence che amalgama in un sordido balletto Alan Altieri e John Woo, Tarantino e Lucio Fulci, Clive Barker e il Gangsta Rap.
Troppi rimandi? In altre mani, forse sarebbe un difetto. Ma Nerozzi domina la materia e la plasma, si diverte con sadica compiacenza e non indulge in pistolotti morali. In fin dei conti è horror, horror di tradizione, che dimostra come la scrittura partecipe e vibrante sia in grado di far vivere con analoghi e felici risultati un’identica storia tanto a Los Angeles quanto in Emilia Romagna, senza impantanarsi nella storica sindrome – molto provinciale e molto italiana, ahimé – del “marziano a Roma”.
E poi quel “zzzzzzz” ricorrente (…un sibilo di mosca, cattivo e senza cuore…), ragazzi, non può che venire da uno che ha adorato Vincent Price ne L’esperimento del Dr.K. A me più che sufficiente per dargli dieci. Bravo, Gianfranco.


LA STEREOFONIA DI NEROZZI (except recensione)
di Dario Tonani

C’è un orrore che appartiene all’immaginario collettivo, alla cronaca, agli angoli in ombra delle nostre città, di qualsiasi città; e c’è un orrore domestico, privato, dolorosamente intimo. Un pizzicore, un prurito, la sensazione di essere osservati, che i ricordi più neri debbano ritornare per indurci a versare la lacrima che manca all’appello... Sono due orrori diversi, pur essendo costituiti della stessa materia; come differente è la pioggia dal mare. Il libro “L’urlo della mosca” del bolognese Gianfranco Nerozzi percorre sapientemente la linea di demarcazione tra questi due universi in ombra e lo fa come una fila di denti affilati affonderebbe in un pezzo di polpa, senza curarsi che il sangue coli fuori o dentro la bocca. Il suo non è un taglio netto; le sue pagine sono l’effetto di un morso continuo e doloroso, dello strappare bocconi voluttuosi dal dramma del vivere quotidiano.
….
Un romanzo per stomaci corazzati che amano degustare frattaglie; ma anche per chi non è insensibile alle piccole perle, con cui Nerozzi è solito inanellare le sue storie. L’impalcatura del romanzo - così come l’intonaco dello stile - ricalca certe cadenze “cinematografiche”, con rapidi movimenti di macchina che esasperano i primi piani e indugiano sui particolari, lasciando il lettore quasi senza fiato dopo una corsa. Il risultato è quello di sentirsi la situazione davanti, dietro, addosso. Una stereofonia di suoni, odori, sensazioni sempre credibile, e - nonostante l'abbondanza di squartamenti - persino delicata nel suo equilibrio d'insieme.


Dalla prefazione a Prima dell’urlo…
di CARLO LUCARELLI

Meno cinque, quattro, tre…
C’è niente che faccia più paura di un conto alla rovescia? Meno cinque, quattro, tre… no, non c’è niente che faccia più paura. Perché un conto alla rovescia prelude sempre a qualcosa di spaventoso, una bomba che sta per esplodere, un siluro pronto a partire, una squadra d’assalto che sta per fare irruzione, e se non è spaventoso, è ignoto (che è lo stesso), come il buio misterioso in cu stanno per essere lanciati un razzo spaziale o il tappo di champagne di un nuovo capodanno.
Se poi il conto alla rovescia accompagna una serie di racconti di Gianfranco Nerozzi, bè, non so cosa ci possa essere di più spaventoso, mistrrioso e ignoto di questo.
Meno un anno, stte mesi, due mesi, uno… è un conto alla rovescia che ti fa perdere addirittura le categorie temporali, dato che alla fine c’è un romanzo, “L’urlo della mosca”, uscito prima di questo stranissimo e bellissimo prequel.
Stranissimo e bellissimo davvero.
Perché di sono due cose, soprattutto, che invidio a scrittori come Gianfranco Nerozzi.
La prima è la capacità di spingersi sempre un po’ più oltre, oltre a tutto. Tuffarsi nel buio degli angoli più bui, immergersi nell’oscurità profonda dell’inimmaginabile ed uscirne fuori per raccontare cose che non ti sogneresti neppure, cose che ti fanno orrore soltanto a pensare di pensarle. Non è solo una questione di coraggio, è una questione di capacità. Di riuscire a dare una forma e una voce a quelle cose, di tenersele dentro la testa abbastanza e abbastanza freddamente da riuscire a trasformarle in parole.
La seconda, è la capacità meravigliosa di creare mondi. Mondi fantastici e coerenti in cui le cose tornano, si legano e si provocano non solo all’interno di quel libro, ma anche in altri, prima e dopo, come se già al momento di scrivere la prima parola quella storia si fosse già cristallizzata in una architettura complessa che si estende nel presente e nel futuro, e che semplicemente esiste, nei secoli dei secoli amen.
Quando di un personaggio come Costa puoi leggere le motivazioni in racconti che parlano di quello che è avvenuto prima di un libro già scritto, quando puoi ricostruire un intero album dei Mastema dalle citazioni sparse nei romanzi e nei racconti, allora significa che quel poliziotto, quel gruppo e il loro mondo esistono davvero, e non devi fare altro che abbandonarti, assaporando già quel brivido da ottovolante che ti viene dalla certezza che non sai, non immagini neppure, dove andrai a finire.
In queste due cose che invidio agli scrittori come lui, ma anche in molte altre, Gianfranco Nerozzi è sicuramente un grande maestro.

Dalla postazione di Immagini collaterali:

Questo romanzo è uno strascico. Una coda. Una storia legata a un’altra storia: come sempre accade.
Il gioco di scatole cinesi si ripete, è incessante.
Scaturisce da un contagio, un germe piantato e cresciuto in un altro romanzo che s’intitola L’urlo della mosca. Come a dire che il male si rinnova e si ripete e la follia si nutre di se stessa. Non un vero e proprio seguito quindi. Una sorta di effetto collaterale. Il gelido shock che ti prende, entra nello sguardo e nel cuore e non ti lascia neanche a morire, rappresenta la pulsione che sta alla base dell’espressione artistica. Le parole diventano così un sortilegio liberatorio, lo Spelling che ti libera l’anima.
Ho voluto quindi, soprattutto, parlare di scrittura, di viscere esposte e di cuore che batte. E poi celebrare la mia metà oscura.
Tutta la narrazione si basa sull’ambiguità: negli intenti dei protagonisti, negli scopi finali, nelle indagini stesse, persino nell’uso delle frasi e nelle descrizioni che possono voler dire tutto o niente e comunque non è detto mai veramente e, quel che sembra, appunto: risulta essere il nulla, il vuoto; la stessa mancanza di via d’uscita che impregna la vita dei personaggi.
Alla fine ne viene fuori una metafora dell’ispirazione creativa, del cannibalismo dello scrittore, l’autodivoramento di parti proprie e improprie, per riuscire a perdersi e ritrovarsi e poi fuggire lontano da sé stessi. Perché non resta alcuna alternativa: tranne confondersi nei propri specchi scuri.
Ho preso ispirazione per certi versi al cinema thriller di Dario Argento (a cui ho dedicato alcuni omaggi che sono soprattutto delle citazioni). La scansione narrativa a trama gialla vecchia maniera (con l’assassino che si scopre solo alla fine e il colpo di scena che rivela l’orrenda trama) è stata una scelta di campo, per il tipo di tensione che volevo ottenere: di assoluta ambiguità.
Come nella tradizione di Hitchcockiana memoria, io faccio un’apparizione nel cast nella parte del postino (che poi rappresenta una delle mie identità segrete nella vita) il postino che si fotte la moglie dello scrittore, come a dire che il delirio non ha mai fine: grazie a dio!
L’ambientazione, del romanzo, come sempre, è assolutamente rigorosamente vera, nel senso che i posti descritti esistono, così come le località, le vie, ecc… Ovviamente i numeri civici delle case che ho usato sono inventati e li ho aggiunti all'interno dello stradario originale e non figurano nella realtà, almeno fino ad ora. Ultima curiosità: qualche tempo fa ci fu il caso di un misterioso omicidio di una giovane donna, con il corpo rinvenuto proprio nella zona dove colpisce il mio assassino. La realtà come al solito supera (o al limite sta al passo con) la fantasia. Se a quel tempo sto romanzo fosse già uscito, magari poteva scoppiare un casino della serie: è colpa del libro che ha ispirato l’assassino, oppure peggio…
Ehi, non guardatemi così… non sono stato io, lo giuro vostro onore.